Poesia come possibilità
Come una frustata, sempre,
sull’anima stanca,
infiammata arriva la poesia
e io non ascolto quasi
mai nell’anima respiro
ma l’animo cosciente mi racconta.
mercoledì 21 novembre 2012
estate 2012
Lumachina novella,
nova, stella
inconscia nell’abitato
insonne di notte-rugiada,
alba di ciò che è puro
fine di ogni parola, senso,
non necessario sussurro.
nova, stella
inconscia nell’abitato
insonne di notte-rugiada,
alba di ciò che è puro
fine di ogni parola, senso,
non necessario sussurro.
giovedì 1 marzo 2012
La siepe di fianco a me era una cosa sola col vento
cresciuta per anni ancora sulla ringhiera in ferro battuto.
Tremava tutta scavandosi e sull’edera
la scossa del vento freddo risplendeva. Davanti
il marciapiede tra breve terminava. So che c’era
la piazza il traffico gli alberi di sempre la chiesa
ma di quell’istante davanti non ricordo se non luce
e freddo e un senso che non sta nelle parole
e che passava ed era per sempre.
cresciuta per anni ancora sulla ringhiera in ferro battuto.
Tremava tutta scavandosi e sull’edera
la scossa del vento freddo risplendeva. Davanti
il marciapiede tra breve terminava. So che c’era
la piazza il traffico gli alberi di sempre la chiesa
ma di quell’istante davanti non ricordo se non luce
e freddo e un senso che non sta nelle parole
e che passava ed era per sempre.
lunedì 6 febbraio 2012
Di quale violenza si parla
Zeno Rocca, il ventenne fino a ieri detenuto con altri ‘No-Tav’ nel carcere padovano e ora agli arresti domiciliari, è stato mio studente durante il triennio del liceo classico. Non ho mai visto in lui quella carica congenita di violenza descritta, con grande sicurezza, dalla giornalista Alessandra Vaccari sulle pagine de “L’Arena” in data 27 e 28 gennaio. Perché ci vuole davvero una grande sicurezza per permettersi di dire che il “filo rosso” che lega i vari episodi della carriera di questo giovane “rischia di trasformare pericolosa ideologia in sangue”! Pericolosa ideologia? Non è chiaro, visto che Zeno non ha mai emesso proclami ideologici, a cosa si riferisca esattamente la giornalista, ma credo che con questa frase lei tradisca semplicemente la propria ideologia, i propri a priori ideologici. Chissà se Zeno si definisce di sinistra, o comunista, o anarchico, o autonomo, o ribelle, o semplicemente non si definisce. Anche fosse, certo, avrebbe forse dovuto riflettere di più sulle modalità della sua protesta, sulla differenza ad esempio tra possibili pratiche nonviolente di disobbedienza e resistenza civile anche decisa e il tirare sassi contro la polizia. Ma in cosa consisterebbe e da dove verrebbe il “crescendo di violenza” di cui parla la Vaccari, forse nelle “performance” o “scontri” al liceo Maffei contro giovani di estrema destra? Se a quelli ci si riferisce per trovare un punto d’inizio, anzi il momento del rivelarsi della pretesa natura criminale di Zeno, posso dire che per quanto ne so si è trattato di un episodio isolato, una rissa seguita ad uno scambio di insulti durante una distribuzione di volantini da parte di alcuni militanti non so se di Blocco Studentesco o altre organizzazioni di destra. Altri episodi simili saranno forse avvenuti altrove: cose evitabili e deprecabili, e su questo né io né altri abbiamo mai avuto dubbi. Ma non mi risulta che questo ragazzo fosse universalmente noto per le sue pratiche violente: al Liceo “Maffei”, tra compagni e insegnanti, come viene testimoniato da molti in questi giorni, era noto al contrario per la sua bontà di carattere e franchezza, e l’unico ‘estremismo’ visibile in lui era quello degli ideali, di un ideale di giustizia non soddisfatto. Ci sono i sassi o il sasso che, sempre che questo venga dimostrato in via definitiva, Zeno avrebbe purtroppo tirato – in un contesto che dagli articoli citati sembra sparire, un contesto fatto anche dei molti lacrimogeni sparati dalla polizia pure ad altezza d’uomo, uno dei quali colpisce Zeno al petto, o di cariche e di manganellate. Ma quali atti di vera, premeditata, grave ed effettiva violenza avrebbe commesso? Lo si è visto ad esempio scagliare molotov? Picchiare selvaggiamente qualcuno, magari in gruppo, o malmenare dei poveracci indifesi, colpendoli a calci una volta caduti a terra? Immagini che nella memoria recente o meno recente dei veronesi sono riferibili a ben altri fatti e personaggi. Ci sono testimoni per fatti di questo tenore riconducibili a Zeno, o ferite da lui con certezza causate? A quel che ho capito, no. Per questo penso che il ribellismo di Zeno, le cui ragioni nell’avversare il progetto dell’alta velocità in Val di Susa, inviso alle popolazioni locali, io condivido pienamente, ma le cui modalità potrei forse non condividere con altrettanta sicurezza, sia stato oggetto di una reazione giudiziaria dettata da ragioni politiche e del tutto sproporzionata ai fatti, e cioè ingiusta, che lo ha inutilmente confinato fino ad ieri in un effettivo isolamento carcerario, per i primi giorni addirittura senza un libro da leggere né poter ricevere lettere. Trattamento da terroristi o capimafia, come altri ha rilevato.
Credo utile però un termine di confronto. Il 15 dicembre 2011 in via IV Novembre un gruppo di bulletti e giovani razzisti ubriachi (nelle case di alcuni di loro saranno trovati simboli fascisti e nazisti e un manganello telescopico) capeggiati da un diciottenne aggredisce, terrorizza, picchia e minaccia di gettare sotto un’auto un tredicenne singalese. Proprio la giornalista Vaccari esce col ‘pezzo’ domenica 18 dicembre, cioè con due giorni di ritardo ma dà il fatto come accaduto venerdì 16 invece che giovedì 15 (un errore non si sa quanto casuale, ma certo non molto professionale), e negli articoli successivi fornisce stranamente molte indicazioni sulla vittima (dove abita, che scuola frequenta, il lavoro della madre) ma non fa trapelare nulla sul maggiorenne capobranco, e l’evidente appartenenza ideologica di alcuni e l’ancor più evidente razzismo, espressi in una carica di violenza che immaginiamo precocemente assorbita attraverso luoghi comuni e diseducazione familiare, viene passata quasi sotto silenzio. Inoltre, riferendo in forma indiretta le parole della madre dell’aggredito (mentre la nonna “piagnucola”, privata dalla scrivente della dignità di un vero pianto) la Vaccari riesce a inscrivere il ragazzino nella categoria del “diverso” per “quella sua pelle troppo colorata che perfino nel suo Paese non è apprezzata”. Come a dire: ma è chiaro, se non è apprezzata là, perché stupirci se viene guardata così male qua da noi? Né le cose vanno molto meglio quanto a contenuti con l’articolo di Fabiana Marcolini del 22 dicembre sempre su “L’Arena”o con quello di Laura Tedesco sul “Corriere del Veneto” del 21 dicembre, vere tribune d’onore per i genitori dei giovani picchiatori e il loro avvocato difensore: i figli non sono razzisti, né legati ad ambienti di destra, il pestaggio è diventato una “lite per futili motivi” e “Non avrei mai pensato che una cosa del genere potesse succedere”; con tanto di bandiere e manganelli telescopici in camera.... Per Zeno, non si è dato certo altrettanto spazio a dichiarazioni dei suoi genitori o dei suoi ex insegnanti e compagni, nei giorni in cui uscivano su di lui quelle istruttorie e sentenze in forma di articoli carichi di ideologia e preconcetti e deformazioni, e insomma di violenza mediatica. Chiediamo alla giornalista Vaccari: due pesi e due misure? Insisto, chi è gravato dall’ideologia? E la responsabilità di questo modo professionalmente indecoroso di fare giornalismo non è, ovviamente, solo di Alessandra Vaccari, ma anche del direttore del giornale, che ha deciso spazio e impostazione degli articoli: quattro pagine in due giorni! che neanche per Stevanin... Forse parlo a vuoto, rivolgendomi al “giornale di Verona”, cioè di una città che ha dedicato una via (un lungadige, quello dell’università e dell’ex questura!) al picchiatore fascista Nicola Pasetto, tuttora ricordato da molti come grande politico locale, uno che la violenza la praticava davvero. O forse no, visto il ben diverso tenore dell’articolo su Zeno uscito su “L’Arena” di oggi venerdì 10 febbraio a firma di Giampaolo Chavan.
Zeno Rocca, il ventenne fino a ieri detenuto con altri ‘No-Tav’ nel carcere padovano e ora agli arresti domiciliari, è stato mio studente durante il triennio del liceo classico. Non ho mai visto in lui quella carica congenita di violenza descritta, con grande sicurezza, dalla giornalista Alessandra Vaccari sulle pagine de “L’Arena” in data 27 e 28 gennaio. Perché ci vuole davvero una grande sicurezza per permettersi di dire che il “filo rosso” che lega i vari episodi della carriera di questo giovane “rischia di trasformare pericolosa ideologia in sangue”! Pericolosa ideologia? Non è chiaro, visto che Zeno non ha mai emesso proclami ideologici, a cosa si riferisca esattamente la giornalista, ma credo che con questa frase lei tradisca semplicemente la propria ideologia, i propri a priori ideologici. Chissà se Zeno si definisce di sinistra, o comunista, o anarchico, o autonomo, o ribelle, o semplicemente non si definisce. Anche fosse, certo, avrebbe forse dovuto riflettere di più sulle modalità della sua protesta, sulla differenza ad esempio tra possibili pratiche nonviolente di disobbedienza e resistenza civile anche decisa e il tirare sassi contro la polizia. Ma in cosa consisterebbe e da dove verrebbe il “crescendo di violenza” di cui parla la Vaccari, forse nelle “performance” o “scontri” al liceo Maffei contro giovani di estrema destra? Se a quelli ci si riferisce per trovare un punto d’inizio, anzi il momento del rivelarsi della pretesa natura criminale di Zeno, posso dire che per quanto ne so si è trattato di un episodio isolato, una rissa seguita ad uno scambio di insulti durante una distribuzione di volantini da parte di alcuni militanti non so se di Blocco Studentesco o altre organizzazioni di destra. Altri episodi simili saranno forse avvenuti altrove: cose evitabili e deprecabili, e su questo né io né altri abbiamo mai avuto dubbi. Ma non mi risulta che questo ragazzo fosse universalmente noto per le sue pratiche violente: al Liceo “Maffei”, tra compagni e insegnanti, come viene testimoniato da molti in questi giorni, era noto al contrario per la sua bontà di carattere e franchezza, e l’unico ‘estremismo’ visibile in lui era quello degli ideali, di un ideale di giustizia non soddisfatto. Ci sono i sassi o il sasso che, sempre che questo venga dimostrato in via definitiva, Zeno avrebbe purtroppo tirato – in un contesto che dagli articoli citati sembra sparire, un contesto fatto anche dei molti lacrimogeni sparati dalla polizia pure ad altezza d’uomo, uno dei quali colpisce Zeno al petto, o di cariche e di manganellate. Ma quali atti di vera, premeditata, grave ed effettiva violenza avrebbe commesso? Lo si è visto ad esempio scagliare molotov? Picchiare selvaggiamente qualcuno, magari in gruppo, o malmenare dei poveracci indifesi, colpendoli a calci una volta caduti a terra? Immagini che nella memoria recente o meno recente dei veronesi sono riferibili a ben altri fatti e personaggi. Ci sono testimoni per fatti di questo tenore riconducibili a Zeno, o ferite da lui con certezza causate? A quel che ho capito, no. Per questo penso che il ribellismo di Zeno, le cui ragioni nell’avversare il progetto dell’alta velocità in Val di Susa, inviso alle popolazioni locali, io condivido pienamente, ma le cui modalità potrei forse non condividere con altrettanta sicurezza, sia stato oggetto di una reazione giudiziaria dettata da ragioni politiche e del tutto sproporzionata ai fatti, e cioè ingiusta, che lo ha inutilmente confinato fino ad ieri in un effettivo isolamento carcerario, per i primi giorni addirittura senza un libro da leggere né poter ricevere lettere. Trattamento da terroristi o capimafia, come altri ha rilevato.
Credo utile però un termine di confronto. Il 15 dicembre 2011 in via IV Novembre un gruppo di bulletti e giovani razzisti ubriachi (nelle case di alcuni di loro saranno trovati simboli fascisti e nazisti e un manganello telescopico) capeggiati da un diciottenne aggredisce, terrorizza, picchia e minaccia di gettare sotto un’auto un tredicenne singalese. Proprio la giornalista Vaccari esce col ‘pezzo’ domenica 18 dicembre, cioè con due giorni di ritardo ma dà il fatto come accaduto venerdì 16 invece che giovedì 15 (un errore non si sa quanto casuale, ma certo non molto professionale), e negli articoli successivi fornisce stranamente molte indicazioni sulla vittima (dove abita, che scuola frequenta, il lavoro della madre) ma non fa trapelare nulla sul maggiorenne capobranco, e l’evidente appartenenza ideologica di alcuni e l’ancor più evidente razzismo, espressi in una carica di violenza che immaginiamo precocemente assorbita attraverso luoghi comuni e diseducazione familiare, viene passata quasi sotto silenzio. Inoltre, riferendo in forma indiretta le parole della madre dell’aggredito (mentre la nonna “piagnucola”, privata dalla scrivente della dignità di un vero pianto) la Vaccari riesce a inscrivere il ragazzino nella categoria del “diverso” per “quella sua pelle troppo colorata che perfino nel suo Paese non è apprezzata”. Come a dire: ma è chiaro, se non è apprezzata là, perché stupirci se viene guardata così male qua da noi? Né le cose vanno molto meglio quanto a contenuti con l’articolo di Fabiana Marcolini del 22 dicembre sempre su “L’Arena”o con quello di Laura Tedesco sul “Corriere del Veneto” del 21 dicembre, vere tribune d’onore per i genitori dei giovani picchiatori e il loro avvocato difensore: i figli non sono razzisti, né legati ad ambienti di destra, il pestaggio è diventato una “lite per futili motivi” e “Non avrei mai pensato che una cosa del genere potesse succedere”; con tanto di bandiere e manganelli telescopici in camera.... Per Zeno, non si è dato certo altrettanto spazio a dichiarazioni dei suoi genitori o dei suoi ex insegnanti e compagni, nei giorni in cui uscivano su di lui quelle istruttorie e sentenze in forma di articoli carichi di ideologia e preconcetti e deformazioni, e insomma di violenza mediatica. Chiediamo alla giornalista Vaccari: due pesi e due misure? Insisto, chi è gravato dall’ideologia? E la responsabilità di questo modo professionalmente indecoroso di fare giornalismo non è, ovviamente, solo di Alessandra Vaccari, ma anche del direttore del giornale, che ha deciso spazio e impostazione degli articoli: quattro pagine in due giorni! che neanche per Stevanin... Forse parlo a vuoto, rivolgendomi al “giornale di Verona”, cioè di una città che ha dedicato una via (un lungadige, quello dell’università e dell’ex questura!) al picchiatore fascista Nicola Pasetto, tuttora ricordato da molti come grande politico locale, uno che la violenza la praticava davvero. O forse no, visto il ben diverso tenore dell’articolo su Zeno uscito su “L’Arena” di oggi venerdì 10 febbraio a firma di Giampaolo Chavan.
mercoledì 7 settembre 2011
Ala sull'autostrada del Brennero
I
L’ala era ciò che restava organizzato del corpo
continuando a battere al vento vicino al margine bianco
della corsia tra Mantova e Verona verso il Brennero
ma bloccata per sempre (per sempre, finché una ruota
non la strappi di lì, rapiat, avrebbero scritto, anche solo
sfiorandola, o una pioggia pesante la disfaccia)
in quel punto, vibrante, ma il corpo una chiazza
o un grumo appiattito appena più bruno
del grigio dell’asfalto, accecante sotto il sole, il corpo
entrato nel niente più duro della materia
spinto dall’ala impotente - vela che scuffia
fissata alla parete orizzontale del niente
e da nessun’altra parte il corpo, in nessuna
direzione il remeggio dell’ala,
senza valore le delicate barbule, le frange impalpabili
ora mosse senza fine delle piume anche dal nostro vento.
Così
la tenda di cotone a righe verticali bianche e verdi
(io la ricordo così) che chiudeva la terrazza di via Bixio
- una terrazza grigia ma sempre fresca di piante,
di vino travasato, di battaglie
sottomarine in bacinelle d’acqua
e formiche sterminate, da lì si entrava
nella cucina ombrosa che come tutte le stanze
si apriva sul medesimo rettangolo centrale, insieme
ingresso corridoio e sala, un luogo di passaggio (però c’era il telefono)
o gioco (le macchinine sul sottile perimetro bianco
del pavimento a mosaico, lungo il quale poi incerti
tenendosi al muro camminavano i nonni, o come quando
mi girai e una freccia dolente mi colpì l’occhio)
mentre di questa e delle altre stanze e del loro contenuto
di cui ora non parlo ma esteso quanto è piccola una vita è restato
solo lo spazio – così d’estate lo sbattere di una bandiera
rossa o blu al vento del mare, o la breve frangia
esterna verticale dell’ombrellone là a Torrepedrera
infine così come questo cielo (non un cielo solo
pensato, che non è qui, benché pensato da questo
dolore che non sente) e tutta l’aria viva e indifferente che contiene
e chi è con me e respira la sua solitudine che non sa
riflessa nel battere vero e impossibile di un’ala di cenere:
perenne adolescenza invisibile e avvenire interciso,
errore e bellezza che rimandano a sé, quelle piume
e penne in volo sul taglio dell’inaccettabile.
II
Sola, un’ala era
come un cielo
senza fondo se non
l’incomprensibile presente origine
il nero di questo facile
costellato niente
con questo
niente
ho detto della sua morte
in alto il cigno immortale
aperta vela
L’ala era ciò che restava organizzato del corpo
continuando a battere al vento vicino al margine bianco
della corsia tra Mantova e Verona verso il Brennero
ma bloccata per sempre (per sempre, finché una ruota
non la strappi di lì, rapiat, avrebbero scritto, anche solo
sfiorandola, o una pioggia pesante la disfaccia)
in quel punto, vibrante, ma il corpo una chiazza
o un grumo appiattito appena più bruno
del grigio dell’asfalto, accecante sotto il sole, il corpo
entrato nel niente più duro della materia
spinto dall’ala impotente - vela che scuffia
fissata alla parete orizzontale del niente
e da nessun’altra parte il corpo, in nessuna
direzione il remeggio dell’ala,
senza valore le delicate barbule, le frange impalpabili
ora mosse senza fine delle piume anche dal nostro vento.
Così
la tenda di cotone a righe verticali bianche e verdi
(io la ricordo così) che chiudeva la terrazza di via Bixio
- una terrazza grigia ma sempre fresca di piante,
di vino travasato, di battaglie
sottomarine in bacinelle d’acqua
e formiche sterminate, da lì si entrava
nella cucina ombrosa che come tutte le stanze
si apriva sul medesimo rettangolo centrale, insieme
ingresso corridoio e sala, un luogo di passaggio (però c’era il telefono)
o gioco (le macchinine sul sottile perimetro bianco
del pavimento a mosaico, lungo il quale poi incerti
tenendosi al muro camminavano i nonni, o come quando
mi girai e una freccia dolente mi colpì l’occhio)
mentre di questa e delle altre stanze e del loro contenuto
di cui ora non parlo ma esteso quanto è piccola una vita è restato
solo lo spazio – così d’estate lo sbattere di una bandiera
rossa o blu al vento del mare, o la breve frangia
esterna verticale dell’ombrellone là a Torrepedrera
infine così come questo cielo (non un cielo solo
pensato, che non è qui, benché pensato da questo
dolore che non sente) e tutta l’aria viva e indifferente che contiene
e chi è con me e respira la sua solitudine che non sa
riflessa nel battere vero e impossibile di un’ala di cenere:
perenne adolescenza invisibile e avvenire interciso,
errore e bellezza che rimandano a sé, quelle piume
e penne in volo sul taglio dell’inaccettabile.
II
Sola, un’ala era
come un cielo
senza fondo se non
l’incomprensibile presente origine
il nero di questo facile
costellato niente
con questo
niente
ho detto della sua morte
in alto il cigno immortale
aperta vela
mercoledì 1 giugno 2011
mercoledì 23 marzo 2011
L’occhio-faina dove s’aggira prende
di sguincio: case entro case
cose dentro le cose
vai al lavoro
e questa è la curva che porta via
questa è la strada del bagnato e della bruma del giorno che si leva
questa la periferia dove ogni metro è centro
di giardini e di angolati dolori e pensieri
quando sotto il quarto ponte da molto lontano dai profondi
monti
va la potenza del perduto
irruenza dell’anima perduta
sotto il ponte guardi
l’anima passare
perduta blu
degli dei
antichi
e vederla qui sotto come se ti investisse
ma è solo acqua cupa che scorre e fa onde - attento
allo spigolo dell’arcata alle minime creste al quarto
ponte dell’invisibile
di sguincio: case entro case
cose dentro le cose
vai al lavoro
e questa è la curva che porta via
questa è la strada del bagnato e della bruma del giorno che si leva
questa la periferia dove ogni metro è centro
di giardini e di angolati dolori e pensieri
quando sotto il quarto ponte da molto lontano dai profondi
monti
va la potenza del perduto
irruenza dell’anima perduta
sotto il ponte guardi
l’anima passare
perduta blu
degli dei
antichi
e vederla qui sotto come se ti investisse
ma è solo acqua cupa che scorre e fa onde - attento
allo spigolo dell’arcata alle minime creste al quarto
ponte dell’invisibile
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