martedì 31 luglio 2018
sabato 28 marzo 2015
Santi e Poeti, 2 dicembre 1948
"Tre
i movimenti dialettici, come tesi, antitesi, sintesi. La santità,
intesa come purezza di gesti e parole, è la condizione della poesia,
che ne deriva con naturalezza, come un parto, dall'interno verso
l'esterno. Al contrario, lo smarrimento nei propri labirinti
interiori e l'interna frammentazione in tanti 'io' incompleti e
labili è una colpa, introspezione paradossale che non porta alla
conoscenza ma alla dissipazione di sé. Ma la calma di gesti e di
sguardi riporta sulla strada perduta, verso la fecondità del vivere
e l'unità dell'io. Rileviamo alcuni aspetti cruciali, nei contenuti
e nelle forme. La metafora del grembo
caldo del
gesto (grembo da cui il gesto deriva e, insieme, che il gesto è)
introduce l'idea di maternità (ribadita al penultimo verso da
“fecondo”) e, indirettamente, di sessualità, non a contraddire
ma a complicare il concetto delle dichiarate santità e sobrietà, e
forse primo embrione della futura identificazione dell'io (sempre
parziale, perché coesistente con altre) con la figura di Maria,
vergine e madre. Il nascere, poi, della “lirica perfetta” è
trionfalmente agito dalla spinta propulsiva dell'endecasillabo (come
chiariremo), connubio di pensiero e ritmo che entra però in crisi
alla metà del testo, nell'immagine concreta e perturbante dello
'sbriciolamento' quasi in torme di microscopici insetti o larve
effimere. Che, in fondo, è semplicemente un'altra rappresentazione,
introvertita, della maternità, come dispersione dell'io in “miriadi
di esseri”/feti imperfetti e morituri" (dal mio commento a Santi e Poeti, l'inedito del 2 dicembre 1948)
mercoledì 13 febbraio 2013
(abbozzo)
Inverno
Io svengo nei miei
sogni come in un buio
ma non braccia per me
che per altri non ho avuto
quindi riemergo nel
giorno sperando
e cadendo me il mio
pensiero
si alza la farfalla che
riappare
nel corridoio grigio
dell'inverno
quando tutto rinasce
ancora in questa luce pura
quando tutto sta per
morire e si abbandona al buio
e il grigio è il suo
vivo colore
martedì 11 dicembre 2012
8
dicembre 2012
Si stacca precisa nel ghiaccio
dell’aria grigia di via
IV novembre la mole
eterea e petrosa del Baldo
già bianca di neve la cresta
per strati di nuvole e cielo
ieri azzurro marino. Decorano
il corso le luci sugli alberi
conici e uguali in due file
che lo sguardo percorre ed
illustrano
conducendo per l’alta foresta
di case agli antichi giardini
e alla fontana o allo slargo
dove poi scavalca il ponte
coi suoi cavalli alati.
Qui ogni cosa per me è già parola
già pronunciata e non detta
in questa domenica eterna
in cui sempre di te ricordandomi
mi presento a me stesso e a me
stesso
presentato mi assento
(in coda al supermercato al bar
per un bicchiere col cellulare in
mano
rigido sulla moto da mio padre
tra i quadri) e percorro la via
vedendo ciò che si vede
la tragedia verticale del mondo
come una fiaba e le luci quiete.
(di te: riferito a mia madre, che oggi compirebbe gli anni)
martedì 27 novembre 2012
Credenze
Forse alle
nostre spalle sempre
si svolge un
mondo possibile
pronto a
farsi orizzonte dello sguardo
ed ecco le
cose riconosciute per facile memoria
quel filare
come altri filari le case come altre case la via
sia o non
sia quella dell’infanzia perduta
o forse, hanno scritto, tutto
nasce dal nulla ad immagine
per cieca
volontà di obbedire
alla
richiesta della mente ingannata
da sé e dal
mondo che si fa - e inosservata
la realtà
presunta si dissolve e vola
nevischio o
sabbia da un telo sbattuto
lasciando
una vuota inessenza
ma
non hai visto
(casualità
dello sguardo!)
in un retrovisore
le montagne
innevate
battute da una luce residua
al confine
del grigio
nella
necessità le montagne che sono
là già da
molto perché devono essere
viste o non
viste
da una
strada persa di città
così natura
esiste imprendibile
vicina e
viva nella sua lenta morte
tuttavia
felice
benché il
suo sorriso sia solo
un desiderio
del ricordo
e la memoria
come il corpo disfà
la propria
figura ma resta tormento
come le
parole necessarie e silenziose ormai
se da un
qualche luogo improvvisamente
non
irrompano oltre le barriere
delle ore
abituate
ma ogni
rivelazione già l’istante dopo
che ci
accompagna è un peso
caricato e
deposto in uniforme biancore
chissà a sognare
affondando ogni segno
nella sabbia
col suo povero mistero
senza valore
senza pena
ciò che qui
è ora impossibile - la nostra necessità
qui dove
l’impensabile solamente ha luogo
specchio
contro specchio senza vera immagine
sola
possibilità dell’immagine
(eppure,
domani:
dopo molto
acquietarsi di spazio percorso
in un luogo
non più felice non più reale di questo)
mercoledì 21 novembre 2012
Un’oscura trasparenza che mi parla
La mia prima esperienza della poesia - intendo dire, di lettore di poesia - credo risalga ai miei dodici anni o poco meno, quando, forse per invito dei miei genitori o della scuola, o forse per caso, aprii una libreria a vetrina che c’era in salotto ed estrassi un pesante librone dalla copertina in pelle, la Divina Commedia di Dante Alighieri. Grandi pagine fronteggiate da grandi illustrazioni (le incisioni di Doré), e quei versi che subito mi impressionarono e mi si incisero tanto nella memoria che nel giro di breve tempo avevo imparato il primo canto. Il libro è ancora là, nella casa dove ancora abita mio padre, e in un certo senso non l’ho più abbandonato.
Il mio secondo incontro, ormai necessario e ‘fatale’, perché nel frattempo avevo cominciato a scrivere versi, dapprima comici, delle brevi storielle, poi seri (la prima poesia, ispirata a un compagno di classe), e in casa a parte Dante e poco altro non c’erano libri poesia, fu con due libri regalatimi da un amico di famiglia, un poeta veronese di cui non faccio il nome. Erano raccolte antologiche, di Garcìa Lorca e Jacques Prévert, testo originale e traduzione a fronte. In modo simile, arrivò a breve distanza Pablo Neruda. Stranamente, per quanto li leggessi e rileggessi da cima a fondo, e negli anni abbia poi letto ancora in particolare Lorca, ricordo veramente poco di quelle poesie. Questo forse perché non ricordo, non contava per me ricordare la loro traduzione, che non doveva essere particolarmente bella; ricordo infatti ad esempio dei singoli versi in lingua che mi avevano colpito: come “pour tempérer l’espace / pour espacer le temps”, frase che mi seduceva con la sua musica, il suo concetto e la sua forma, che erano in realtà una cosa sola perfettamente fusa, ed era la musica del Gran Ballo della Primavera che svegliava le strade di Parigi, dava forma allo spazio e dilatava il tempo. Oggi, chissà, potrei giudicarli versi troppo calcolati e altisonanti, ma allora ne avevo bisogno. Perché dare forma allo spazio del mondo temprandolo, forgiandolo (ma anche, nel gioco di parole, mutarlo in tempo, in durata) e insieme dilatare e spazializzare in una forma insieme finita e infinita come una melodia il tempo della nostra vita è esattamente quello che la poesia fa, che deve fare. Un compito (fosse anche ‘solo’ questo) difficilissimo, che anzi appare a chi scrive ogni volta impossibile, tanto che ogni poeta, credo, si sente chiamato e insieme schiacciato da esso.
Ho letto in questi giorni, in un articolo sull’attualità di Dante a firma di un famoso italianista, che la sua poesia è per noi contemporanei come “il Nord del futuro”, come cioè una stella polare, una verticalità lucente cui dobbiamo sempre indirizzarci, perché nello stesso momento in cui ci parla del nostro remoto passato ci indica, nello slancio profetico ed etico della Commedia, ciò che noi saremo, ciò che potremmo essere. E questa forse è un’altra grande cosa che la poesia fa: affondare le sue radici nelle origini ormai spente dell’umano, e trasformando in nuova brace quella cenere da queste radici trarre un nutrimento, una linfa che è la verità di quello che siamo ora e ogni nostra potenzialità. Forse è per questo che un grande poeta italiano, Vittorio Sereni, parla in una sua poesia dei morti (i suoi morti, ma anche gli infiniti morti della storia, e i poeti passati che ogni poeta venera e ama) in questi termini, osservando degli strani bagliori luminosi, “toppe solari” sulla sabbia di una spiaggia tirrenica: “I morti non è quel che di giorno / in giorno va sprecato, ma quelle / toppe d’inesistenza, calce o cenere / pronte a farsi movimento e luce. / Non / dubitare, - m’investe della sua forza il mare - /parleranno”. I morti intesi come radici, come matrici del passato che ritorna vivo e libera le sue potenzialità prima inespresse. Il filosofo Walter Benjamin, un ebreo tedesco suicidatosi nel 1940 per sfuggire all’arresto e alla deportazione, chiamava quest’occasione drammatica e imperdibile che il passato rappresenta, la richiesta che il passato ci fa di essere riportato in vita e liberato dalle sue catene di ingiustizia e oblio, “l’adesso del passato”. Anche questo fa la poesia, con i suoi miti antichi e i suoi sogni di realtà, la sua pervicace attenzione alle cose più minute e concrete e i suoi Nord del pensiero, con la sua musica e il suo pianto spezzato e il suo rifiuto di se stessa che la fa rinascere dalle sue ceneri come un’araba fenice. Non ci dobbiamo stupire (io, personalmente, ogni volta che leggo o penso a questa poesia mi commuovo) se il poeta Dino Campana, vagabondando per gli Appennini nel 1913, vede nel cielo dell’alba veleggiare come nuvole le anime degli eroi, i poeti, e piange e prega per unirsi a loro…
La poesia dunque, anche a volersi limitare a quel poco che ho detto, ha di fronte a sé – ogni volta, ogni poesia, ogni giorno, ogni notte illuminata da lucerne o candele o luci artificiali o dallo schermo di un pc – un compito quasi impossibile, (ri)nascere apparentemente dal nulla. Come un tema che venga posto a uno studente, solo davanti al suo foglio bianco, con la testa china. Per questo la poesia ha bisogno di essere anche progetto, pensiero che si sviluppa, lucida insistenza in un cammino ad occhi aperti, un cammino ben scavato nella realtà in cui tutti viviamo e percorso con fatica. Ma, al tempo stesso, senza il suo slancio improvviso, senza quel “primo verso dato dagli dei” come diceva Valéry (ma prima di lui Dante, “la mia lingua parlò quasi come per se stessa mossa”, e prima di lui l’enthusiasmòs degli antichi), senza quella parola vera che emerge da profondità insondabili di cui il poeta per primo ignora la natura e la collocazione, cosa sarebbe la poesia? Sarebbe ancora poesia?
Paradosso vivente della lingua, la poesia è allora proprio “was mich anspricht”, la parola che “parla me”, rivela me a me stesso, invadendomi e attraversandomi come un territorio conquistato, la verità del mio essere e dell’essere che però per la sua alterità radicale al linguaggio comune pare venire da un altro mondo, essere anzi quell’Altro, il paradisiaco “paese sincero”, deviando in parte quel che Beatrice nell’alto dei cieli dice a Dante. Ma è anche come dicevo progetto del pensiero, struttura perfetta, “poliedro dalle tredicimila facce” secondo il poeta russo Mandel’štam nella sua Conversazione su Dante (Mandel’štam che nel 1938 recitava e cantava, traducendoli a memoria in russo, i versi di Dante e Petrarca per alleviare la pena ai compagni di prigionia nel gulag dove sarebbe morto), o con una meravigliosa, fantastica e fantascientifica immagine ancora di Sereni (riferita alla poesia del neogreco Ghiorghos Seferis), “una struttura mobile a più commutatori, attraversata da una questione di luce e percorsa da contiguità laceranti e alternative compresenti” (spero di non aver citato in modo troppo inesatto). Verità della nostra vita e della nostra storia e insondabile, luminescente oscurità, istante di folgore e durata, pensiero che ci pesa dentro e sentimento che capisce il mondo come luogo della lotta dei contrari, sempre rinascenti e rifusi insieme da un eracliteo “fuoco sempre vivente”.
Se la poesia è tutto questo, si capisce come pochi poeti siano in realtà poeti, e come sia difficile – ma anche forse inevitabile, come una condanna – esserlo. A volte la poesia si stanca di se stessa, a volte percorre rasoterra le strade delle città, o infine per ritornare nell’anonimato della realtà di tutti di cui in fondo è parte, sceglie di abbracciare il silenzio, che l’ha accompagnata per tutto il suo cammino.
Luca Bragaja, tema svolto in classe (quasi) per scherzo in un’ora e mezza circa il 13.11.2012, corretto in seguito solo per le citazioni e poco altro.
La mia prima esperienza della poesia - intendo dire, di lettore di poesia - credo risalga ai miei dodici anni o poco meno, quando, forse per invito dei miei genitori o della scuola, o forse per caso, aprii una libreria a vetrina che c’era in salotto ed estrassi un pesante librone dalla copertina in pelle, la Divina Commedia di Dante Alighieri. Grandi pagine fronteggiate da grandi illustrazioni (le incisioni di Doré), e quei versi che subito mi impressionarono e mi si incisero tanto nella memoria che nel giro di breve tempo avevo imparato il primo canto. Il libro è ancora là, nella casa dove ancora abita mio padre, e in un certo senso non l’ho più abbandonato.
Il mio secondo incontro, ormai necessario e ‘fatale’, perché nel frattempo avevo cominciato a scrivere versi, dapprima comici, delle brevi storielle, poi seri (la prima poesia, ispirata a un compagno di classe), e in casa a parte Dante e poco altro non c’erano libri poesia, fu con due libri regalatimi da un amico di famiglia, un poeta veronese di cui non faccio il nome. Erano raccolte antologiche, di Garcìa Lorca e Jacques Prévert, testo originale e traduzione a fronte. In modo simile, arrivò a breve distanza Pablo Neruda. Stranamente, per quanto li leggessi e rileggessi da cima a fondo, e negli anni abbia poi letto ancora in particolare Lorca, ricordo veramente poco di quelle poesie. Questo forse perché non ricordo, non contava per me ricordare la loro traduzione, che non doveva essere particolarmente bella; ricordo infatti ad esempio dei singoli versi in lingua che mi avevano colpito: come “pour tempérer l’espace / pour espacer le temps”, frase che mi seduceva con la sua musica, il suo concetto e la sua forma, che erano in realtà una cosa sola perfettamente fusa, ed era la musica del Gran Ballo della Primavera che svegliava le strade di Parigi, dava forma allo spazio e dilatava il tempo. Oggi, chissà, potrei giudicarli versi troppo calcolati e altisonanti, ma allora ne avevo bisogno. Perché dare forma allo spazio del mondo temprandolo, forgiandolo (ma anche, nel gioco di parole, mutarlo in tempo, in durata) e insieme dilatare e spazializzare in una forma insieme finita e infinita come una melodia il tempo della nostra vita è esattamente quello che la poesia fa, che deve fare. Un compito (fosse anche ‘solo’ questo) difficilissimo, che anzi appare a chi scrive ogni volta impossibile, tanto che ogni poeta, credo, si sente chiamato e insieme schiacciato da esso.
Ho letto in questi giorni, in un articolo sull’attualità di Dante a firma di un famoso italianista, che la sua poesia è per noi contemporanei come “il Nord del futuro”, come cioè una stella polare, una verticalità lucente cui dobbiamo sempre indirizzarci, perché nello stesso momento in cui ci parla del nostro remoto passato ci indica, nello slancio profetico ed etico della Commedia, ciò che noi saremo, ciò che potremmo essere. E questa forse è un’altra grande cosa che la poesia fa: affondare le sue radici nelle origini ormai spente dell’umano, e trasformando in nuova brace quella cenere da queste radici trarre un nutrimento, una linfa che è la verità di quello che siamo ora e ogni nostra potenzialità. Forse è per questo che un grande poeta italiano, Vittorio Sereni, parla in una sua poesia dei morti (i suoi morti, ma anche gli infiniti morti della storia, e i poeti passati che ogni poeta venera e ama) in questi termini, osservando degli strani bagliori luminosi, “toppe solari” sulla sabbia di una spiaggia tirrenica: “I morti non è quel che di giorno / in giorno va sprecato, ma quelle / toppe d’inesistenza, calce o cenere / pronte a farsi movimento e luce. / Non / dubitare, - m’investe della sua forza il mare - /parleranno”. I morti intesi come radici, come matrici del passato che ritorna vivo e libera le sue potenzialità prima inespresse. Il filosofo Walter Benjamin, un ebreo tedesco suicidatosi nel 1940 per sfuggire all’arresto e alla deportazione, chiamava quest’occasione drammatica e imperdibile che il passato rappresenta, la richiesta che il passato ci fa di essere riportato in vita e liberato dalle sue catene di ingiustizia e oblio, “l’adesso del passato”. Anche questo fa la poesia, con i suoi miti antichi e i suoi sogni di realtà, la sua pervicace attenzione alle cose più minute e concrete e i suoi Nord del pensiero, con la sua musica e il suo pianto spezzato e il suo rifiuto di se stessa che la fa rinascere dalle sue ceneri come un’araba fenice. Non ci dobbiamo stupire (io, personalmente, ogni volta che leggo o penso a questa poesia mi commuovo) se il poeta Dino Campana, vagabondando per gli Appennini nel 1913, vede nel cielo dell’alba veleggiare come nuvole le anime degli eroi, i poeti, e piange e prega per unirsi a loro…
La poesia dunque, anche a volersi limitare a quel poco che ho detto, ha di fronte a sé – ogni volta, ogni poesia, ogni giorno, ogni notte illuminata da lucerne o candele o luci artificiali o dallo schermo di un pc – un compito quasi impossibile, (ri)nascere apparentemente dal nulla. Come un tema che venga posto a uno studente, solo davanti al suo foglio bianco, con la testa china. Per questo la poesia ha bisogno di essere anche progetto, pensiero che si sviluppa, lucida insistenza in un cammino ad occhi aperti, un cammino ben scavato nella realtà in cui tutti viviamo e percorso con fatica. Ma, al tempo stesso, senza il suo slancio improvviso, senza quel “primo verso dato dagli dei” come diceva Valéry (ma prima di lui Dante, “la mia lingua parlò quasi come per se stessa mossa”, e prima di lui l’enthusiasmòs degli antichi), senza quella parola vera che emerge da profondità insondabili di cui il poeta per primo ignora la natura e la collocazione, cosa sarebbe la poesia? Sarebbe ancora poesia?
Paradosso vivente della lingua, la poesia è allora proprio “was mich anspricht”, la parola che “parla me”, rivela me a me stesso, invadendomi e attraversandomi come un territorio conquistato, la verità del mio essere e dell’essere che però per la sua alterità radicale al linguaggio comune pare venire da un altro mondo, essere anzi quell’Altro, il paradisiaco “paese sincero”, deviando in parte quel che Beatrice nell’alto dei cieli dice a Dante. Ma è anche come dicevo progetto del pensiero, struttura perfetta, “poliedro dalle tredicimila facce” secondo il poeta russo Mandel’štam nella sua Conversazione su Dante (Mandel’štam che nel 1938 recitava e cantava, traducendoli a memoria in russo, i versi di Dante e Petrarca per alleviare la pena ai compagni di prigionia nel gulag dove sarebbe morto), o con una meravigliosa, fantastica e fantascientifica immagine ancora di Sereni (riferita alla poesia del neogreco Ghiorghos Seferis), “una struttura mobile a più commutatori, attraversata da una questione di luce e percorsa da contiguità laceranti e alternative compresenti” (spero di non aver citato in modo troppo inesatto). Verità della nostra vita e della nostra storia e insondabile, luminescente oscurità, istante di folgore e durata, pensiero che ci pesa dentro e sentimento che capisce il mondo come luogo della lotta dei contrari, sempre rinascenti e rifusi insieme da un eracliteo “fuoco sempre vivente”.
Se la poesia è tutto questo, si capisce come pochi poeti siano in realtà poeti, e come sia difficile – ma anche forse inevitabile, come una condanna – esserlo. A volte la poesia si stanca di se stessa, a volte percorre rasoterra le strade delle città, o infine per ritornare nell’anonimato della realtà di tutti di cui in fondo è parte, sceglie di abbracciare il silenzio, che l’ha accompagnata per tutto il suo cammino.
Luca Bragaja, tema svolto in classe (quasi) per scherzo in un’ora e mezza circa il 13.11.2012, corretto in seguito solo per le citazioni e poco altro.
ottobre 2012
Poesia come possibilità
Come una frustata, sempre,
sull’anima stanca,
infiammata arriva la poesia
e io non ascolto quasi
mai nell’anima respiro
ma l’animo cosciente mi racconta.
Come una frustata, sempre,
sull’anima stanca,
infiammata arriva la poesia
e io non ascolto quasi
mai nell’anima respiro
ma l’animo cosciente mi racconta.
estate 2012
Lumachina novella,
nova, stella
inconscia nell’abitato
insonne di notte-rugiada,
alba di ciò che è puro
fine di ogni parola, senso,
non necessario sussurro.
nova, stella
inconscia nell’abitato
insonne di notte-rugiada,
alba di ciò che è puro
fine di ogni parola, senso,
non necessario sussurro.
giovedì 1 marzo 2012
La siepe di fianco a me era una cosa sola col vento
cresciuta per anni ancora sulla ringhiera in ferro battuto.
Tremava tutta scavandosi e sull’edera
la scossa del vento freddo risplendeva. Davanti
il marciapiede tra breve terminava. So che c’era
la piazza il traffico gli alberi di sempre la chiesa
ma di quell’istante davanti non ricordo se non luce
e freddo e un senso che non sta nelle parole
e che passava ed era per sempre.
cresciuta per anni ancora sulla ringhiera in ferro battuto.
Tremava tutta scavandosi e sull’edera
la scossa del vento freddo risplendeva. Davanti
il marciapiede tra breve terminava. So che c’era
la piazza il traffico gli alberi di sempre la chiesa
ma di quell’istante davanti non ricordo se non luce
e freddo e un senso che non sta nelle parole
e che passava ed era per sempre.
lunedì 6 febbraio 2012
Di quale violenza si parla
Zeno Rocca, il ventenne fino a ieri detenuto con altri ‘No-Tav’ nel carcere padovano e ora agli arresti domiciliari, è stato mio studente durante il triennio del liceo classico. Non ho mai visto in lui quella carica congenita di violenza descritta, con grande sicurezza, dalla giornalista Alessandra Vaccari sulle pagine de “L’Arena” in data 27 e 28 gennaio. Perché ci vuole davvero una grande sicurezza per permettersi di dire che il “filo rosso” che lega i vari episodi della carriera di questo giovane “rischia di trasformare pericolosa ideologia in sangue”! Pericolosa ideologia? Non è chiaro, visto che Zeno non ha mai emesso proclami ideologici, a cosa si riferisca esattamente la giornalista, ma credo che con questa frase lei tradisca semplicemente la propria ideologia, i propri a priori ideologici. Chissà se Zeno si definisce di sinistra, o comunista, o anarchico, o autonomo, o ribelle, o semplicemente non si definisce. Anche fosse, certo, avrebbe forse dovuto riflettere di più sulle modalità della sua protesta, sulla differenza ad esempio tra possibili pratiche nonviolente di disobbedienza e resistenza civile anche decisa e il tirare sassi contro la polizia. Ma in cosa consisterebbe e da dove verrebbe il “crescendo di violenza” di cui parla la Vaccari, forse nelle “performance” o “scontri” al liceo Maffei contro giovani di estrema destra? Se a quelli ci si riferisce per trovare un punto d’inizio, anzi il momento del rivelarsi della pretesa natura criminale di Zeno, posso dire che per quanto ne so si è trattato di un episodio isolato, una rissa seguita ad uno scambio di insulti durante una distribuzione di volantini da parte di alcuni militanti non so se di Blocco Studentesco o altre organizzazioni di destra. Altri episodi simili saranno forse avvenuti altrove: cose evitabili e deprecabili, e su questo né io né altri abbiamo mai avuto dubbi. Ma non mi risulta che questo ragazzo fosse universalmente noto per le sue pratiche violente: al Liceo “Maffei”, tra compagni e insegnanti, come viene testimoniato da molti in questi giorni, era noto al contrario per la sua bontà di carattere e franchezza, e l’unico ‘estremismo’ visibile in lui era quello degli ideali, di un ideale di giustizia non soddisfatto. Ci sono i sassi o il sasso che, sempre che questo venga dimostrato in via definitiva, Zeno avrebbe purtroppo tirato – in un contesto che dagli articoli citati sembra sparire, un contesto fatto anche dei molti lacrimogeni sparati dalla polizia pure ad altezza d’uomo, uno dei quali colpisce Zeno al petto, o di cariche e di manganellate. Ma quali atti di vera, premeditata, grave ed effettiva violenza avrebbe commesso? Lo si è visto ad esempio scagliare molotov? Picchiare selvaggiamente qualcuno, magari in gruppo, o malmenare dei poveracci indifesi, colpendoli a calci una volta caduti a terra? Immagini che nella memoria recente o meno recente dei veronesi sono riferibili a ben altri fatti e personaggi. Ci sono testimoni per fatti di questo tenore riconducibili a Zeno, o ferite da lui con certezza causate? A quel che ho capito, no. Per questo penso che il ribellismo di Zeno, le cui ragioni nell’avversare il progetto dell’alta velocità in Val di Susa, inviso alle popolazioni locali, io condivido pienamente, ma le cui modalità potrei forse non condividere con altrettanta sicurezza, sia stato oggetto di una reazione giudiziaria dettata da ragioni politiche e del tutto sproporzionata ai fatti, e cioè ingiusta, che lo ha inutilmente confinato fino ad ieri in un effettivo isolamento carcerario, per i primi giorni addirittura senza un libro da leggere né poter ricevere lettere. Trattamento da terroristi o capimafia, come altri ha rilevato.
Credo utile però un termine di confronto. Il 15 dicembre 2011 in via IV Novembre un gruppo di bulletti e giovani razzisti ubriachi (nelle case di alcuni di loro saranno trovati simboli fascisti e nazisti e un manganello telescopico) capeggiati da un diciottenne aggredisce, terrorizza, picchia e minaccia di gettare sotto un’auto un tredicenne singalese. Proprio la giornalista Vaccari esce col ‘pezzo’ domenica 18 dicembre, cioè con due giorni di ritardo ma dà il fatto come accaduto venerdì 16 invece che giovedì 15 (un errore non si sa quanto casuale, ma certo non molto professionale), e negli articoli successivi fornisce stranamente molte indicazioni sulla vittima (dove abita, che scuola frequenta, il lavoro della madre) ma non fa trapelare nulla sul maggiorenne capobranco, e l’evidente appartenenza ideologica di alcuni e l’ancor più evidente razzismo, espressi in una carica di violenza che immaginiamo precocemente assorbita attraverso luoghi comuni e diseducazione familiare, viene passata quasi sotto silenzio. Inoltre, riferendo in forma indiretta le parole della madre dell’aggredito (mentre la nonna “piagnucola”, privata dalla scrivente della dignità di un vero pianto) la Vaccari riesce a inscrivere il ragazzino nella categoria del “diverso” per “quella sua pelle troppo colorata che perfino nel suo Paese non è apprezzata”. Come a dire: ma è chiaro, se non è apprezzata là, perché stupirci se viene guardata così male qua da noi? Né le cose vanno molto meglio quanto a contenuti con l’articolo di Fabiana Marcolini del 22 dicembre sempre su “L’Arena”o con quello di Laura Tedesco sul “Corriere del Veneto” del 21 dicembre, vere tribune d’onore per i genitori dei giovani picchiatori e il loro avvocato difensore: i figli non sono razzisti, né legati ad ambienti di destra, il pestaggio è diventato una “lite per futili motivi” e “Non avrei mai pensato che una cosa del genere potesse succedere”; con tanto di bandiere e manganelli telescopici in camera.... Per Zeno, non si è dato certo altrettanto spazio a dichiarazioni dei suoi genitori o dei suoi ex insegnanti e compagni, nei giorni in cui uscivano su di lui quelle istruttorie e sentenze in forma di articoli carichi di ideologia e preconcetti e deformazioni, e insomma di violenza mediatica. Chiediamo alla giornalista Vaccari: due pesi e due misure? Insisto, chi è gravato dall’ideologia? E la responsabilità di questo modo professionalmente indecoroso di fare giornalismo non è, ovviamente, solo di Alessandra Vaccari, ma anche del direttore del giornale, che ha deciso spazio e impostazione degli articoli: quattro pagine in due giorni! che neanche per Stevanin... Forse parlo a vuoto, rivolgendomi al “giornale di Verona”, cioè di una città che ha dedicato una via (un lungadige, quello dell’università e dell’ex questura!) al picchiatore fascista Nicola Pasetto, tuttora ricordato da molti come grande politico locale, uno che la violenza la praticava davvero. O forse no, visto il ben diverso tenore dell’articolo su Zeno uscito su “L’Arena” di oggi venerdì 10 febbraio a firma di Giampaolo Chavan.
Zeno Rocca, il ventenne fino a ieri detenuto con altri ‘No-Tav’ nel carcere padovano e ora agli arresti domiciliari, è stato mio studente durante il triennio del liceo classico. Non ho mai visto in lui quella carica congenita di violenza descritta, con grande sicurezza, dalla giornalista Alessandra Vaccari sulle pagine de “L’Arena” in data 27 e 28 gennaio. Perché ci vuole davvero una grande sicurezza per permettersi di dire che il “filo rosso” che lega i vari episodi della carriera di questo giovane “rischia di trasformare pericolosa ideologia in sangue”! Pericolosa ideologia? Non è chiaro, visto che Zeno non ha mai emesso proclami ideologici, a cosa si riferisca esattamente la giornalista, ma credo che con questa frase lei tradisca semplicemente la propria ideologia, i propri a priori ideologici. Chissà se Zeno si definisce di sinistra, o comunista, o anarchico, o autonomo, o ribelle, o semplicemente non si definisce. Anche fosse, certo, avrebbe forse dovuto riflettere di più sulle modalità della sua protesta, sulla differenza ad esempio tra possibili pratiche nonviolente di disobbedienza e resistenza civile anche decisa e il tirare sassi contro la polizia. Ma in cosa consisterebbe e da dove verrebbe il “crescendo di violenza” di cui parla la Vaccari, forse nelle “performance” o “scontri” al liceo Maffei contro giovani di estrema destra? Se a quelli ci si riferisce per trovare un punto d’inizio, anzi il momento del rivelarsi della pretesa natura criminale di Zeno, posso dire che per quanto ne so si è trattato di un episodio isolato, una rissa seguita ad uno scambio di insulti durante una distribuzione di volantini da parte di alcuni militanti non so se di Blocco Studentesco o altre organizzazioni di destra. Altri episodi simili saranno forse avvenuti altrove: cose evitabili e deprecabili, e su questo né io né altri abbiamo mai avuto dubbi. Ma non mi risulta che questo ragazzo fosse universalmente noto per le sue pratiche violente: al Liceo “Maffei”, tra compagni e insegnanti, come viene testimoniato da molti in questi giorni, era noto al contrario per la sua bontà di carattere e franchezza, e l’unico ‘estremismo’ visibile in lui era quello degli ideali, di un ideale di giustizia non soddisfatto. Ci sono i sassi o il sasso che, sempre che questo venga dimostrato in via definitiva, Zeno avrebbe purtroppo tirato – in un contesto che dagli articoli citati sembra sparire, un contesto fatto anche dei molti lacrimogeni sparati dalla polizia pure ad altezza d’uomo, uno dei quali colpisce Zeno al petto, o di cariche e di manganellate. Ma quali atti di vera, premeditata, grave ed effettiva violenza avrebbe commesso? Lo si è visto ad esempio scagliare molotov? Picchiare selvaggiamente qualcuno, magari in gruppo, o malmenare dei poveracci indifesi, colpendoli a calci una volta caduti a terra? Immagini che nella memoria recente o meno recente dei veronesi sono riferibili a ben altri fatti e personaggi. Ci sono testimoni per fatti di questo tenore riconducibili a Zeno, o ferite da lui con certezza causate? A quel che ho capito, no. Per questo penso che il ribellismo di Zeno, le cui ragioni nell’avversare il progetto dell’alta velocità in Val di Susa, inviso alle popolazioni locali, io condivido pienamente, ma le cui modalità potrei forse non condividere con altrettanta sicurezza, sia stato oggetto di una reazione giudiziaria dettata da ragioni politiche e del tutto sproporzionata ai fatti, e cioè ingiusta, che lo ha inutilmente confinato fino ad ieri in un effettivo isolamento carcerario, per i primi giorni addirittura senza un libro da leggere né poter ricevere lettere. Trattamento da terroristi o capimafia, come altri ha rilevato.
Credo utile però un termine di confronto. Il 15 dicembre 2011 in via IV Novembre un gruppo di bulletti e giovani razzisti ubriachi (nelle case di alcuni di loro saranno trovati simboli fascisti e nazisti e un manganello telescopico) capeggiati da un diciottenne aggredisce, terrorizza, picchia e minaccia di gettare sotto un’auto un tredicenne singalese. Proprio la giornalista Vaccari esce col ‘pezzo’ domenica 18 dicembre, cioè con due giorni di ritardo ma dà il fatto come accaduto venerdì 16 invece che giovedì 15 (un errore non si sa quanto casuale, ma certo non molto professionale), e negli articoli successivi fornisce stranamente molte indicazioni sulla vittima (dove abita, che scuola frequenta, il lavoro della madre) ma non fa trapelare nulla sul maggiorenne capobranco, e l’evidente appartenenza ideologica di alcuni e l’ancor più evidente razzismo, espressi in una carica di violenza che immaginiamo precocemente assorbita attraverso luoghi comuni e diseducazione familiare, viene passata quasi sotto silenzio. Inoltre, riferendo in forma indiretta le parole della madre dell’aggredito (mentre la nonna “piagnucola”, privata dalla scrivente della dignità di un vero pianto) la Vaccari riesce a inscrivere il ragazzino nella categoria del “diverso” per “quella sua pelle troppo colorata che perfino nel suo Paese non è apprezzata”. Come a dire: ma è chiaro, se non è apprezzata là, perché stupirci se viene guardata così male qua da noi? Né le cose vanno molto meglio quanto a contenuti con l’articolo di Fabiana Marcolini del 22 dicembre sempre su “L’Arena”o con quello di Laura Tedesco sul “Corriere del Veneto” del 21 dicembre, vere tribune d’onore per i genitori dei giovani picchiatori e il loro avvocato difensore: i figli non sono razzisti, né legati ad ambienti di destra, il pestaggio è diventato una “lite per futili motivi” e “Non avrei mai pensato che una cosa del genere potesse succedere”; con tanto di bandiere e manganelli telescopici in camera.... Per Zeno, non si è dato certo altrettanto spazio a dichiarazioni dei suoi genitori o dei suoi ex insegnanti e compagni, nei giorni in cui uscivano su di lui quelle istruttorie e sentenze in forma di articoli carichi di ideologia e preconcetti e deformazioni, e insomma di violenza mediatica. Chiediamo alla giornalista Vaccari: due pesi e due misure? Insisto, chi è gravato dall’ideologia? E la responsabilità di questo modo professionalmente indecoroso di fare giornalismo non è, ovviamente, solo di Alessandra Vaccari, ma anche del direttore del giornale, che ha deciso spazio e impostazione degli articoli: quattro pagine in due giorni! che neanche per Stevanin... Forse parlo a vuoto, rivolgendomi al “giornale di Verona”, cioè di una città che ha dedicato una via (un lungadige, quello dell’università e dell’ex questura!) al picchiatore fascista Nicola Pasetto, tuttora ricordato da molti come grande politico locale, uno che la violenza la praticava davvero. O forse no, visto il ben diverso tenore dell’articolo su Zeno uscito su “L’Arena” di oggi venerdì 10 febbraio a firma di Giampaolo Chavan.
mercoledì 7 settembre 2011
Ala sull'autostrada del Brennero
I
L’ala era ciò che restava organizzato del corpo
continuando a battere al vento vicino al margine bianco
della corsia tra Mantova e Verona verso il Brennero
ma bloccata per sempre (per sempre, finché una ruota
non la strappi di lì, rapiat, avrebbero scritto, anche solo
sfiorandola, o una pioggia pesante la disfaccia)
in quel punto, vibrante, ma il corpo una chiazza
o un grumo appiattito appena più bruno
del grigio dell’asfalto, accecante sotto il sole, il corpo
entrato nel niente più duro della materia
spinto dall’ala impotente - vela che scuffia
fissata alla parete orizzontale del niente
e da nessun’altra parte il corpo, in nessuna
direzione il remeggio dell’ala,
senza valore le delicate barbule, le frange impalpabili
ora mosse senza fine delle piume anche dal nostro vento.
Così
la tenda di cotone a righe verticali bianche e verdi
(io la ricordo così) che chiudeva la terrazza di via Bixio
- una terrazza grigia ma sempre fresca di piante,
di vino travasato, di battaglie
sottomarine in bacinelle d’acqua
e formiche sterminate, da lì si entrava
nella cucina ombrosa che come tutte le stanze
si apriva sul medesimo rettangolo centrale, insieme
ingresso corridoio e sala, un luogo di passaggio (però c’era il telefono)
o gioco (le macchinine sul sottile perimetro bianco
del pavimento a mosaico, lungo il quale poi incerti
tenendosi al muro camminavano i nonni, o come quando
mi girai e una freccia dolente mi colpì l’occhio)
mentre di questa e delle altre stanze e del loro contenuto
di cui ora non parlo ma esteso quanto è piccola una vita è restato
solo lo spazio – così d’estate lo sbattere di una bandiera
rossa o blu al vento del mare, o la breve frangia
esterna verticale dell’ombrellone là a Torrepedrera
infine così come questo cielo (non un cielo solo
pensato, che non è qui, benché pensato da questo
dolore che non sente) e tutta l’aria viva e indifferente che contiene
e chi è con me e respira la sua solitudine che non sa
riflessa nel battere vero e impossibile di un’ala di cenere:
perenne adolescenza invisibile e avvenire interciso,
errore e bellezza che rimandano a sé, quelle piume
e penne in volo sul taglio dell’inaccettabile.
II
Sola, un’ala era
come un cielo
senza fondo se non
l’incomprensibile presente origine
il nero di questo facile
costellato niente
con questo
niente
ho detto della sua morte
in alto il cigno immortale
aperta vela
L’ala era ciò che restava organizzato del corpo
continuando a battere al vento vicino al margine bianco
della corsia tra Mantova e Verona verso il Brennero
ma bloccata per sempre (per sempre, finché una ruota
non la strappi di lì, rapiat, avrebbero scritto, anche solo
sfiorandola, o una pioggia pesante la disfaccia)
in quel punto, vibrante, ma il corpo una chiazza
o un grumo appiattito appena più bruno
del grigio dell’asfalto, accecante sotto il sole, il corpo
entrato nel niente più duro della materia
spinto dall’ala impotente - vela che scuffia
fissata alla parete orizzontale del niente
e da nessun’altra parte il corpo, in nessuna
direzione il remeggio dell’ala,
senza valore le delicate barbule, le frange impalpabili
ora mosse senza fine delle piume anche dal nostro vento.
Così
la tenda di cotone a righe verticali bianche e verdi
(io la ricordo così) che chiudeva la terrazza di via Bixio
- una terrazza grigia ma sempre fresca di piante,
di vino travasato, di battaglie
sottomarine in bacinelle d’acqua
e formiche sterminate, da lì si entrava
nella cucina ombrosa che come tutte le stanze
si apriva sul medesimo rettangolo centrale, insieme
ingresso corridoio e sala, un luogo di passaggio (però c’era il telefono)
o gioco (le macchinine sul sottile perimetro bianco
del pavimento a mosaico, lungo il quale poi incerti
tenendosi al muro camminavano i nonni, o come quando
mi girai e una freccia dolente mi colpì l’occhio)
mentre di questa e delle altre stanze e del loro contenuto
di cui ora non parlo ma esteso quanto è piccola una vita è restato
solo lo spazio – così d’estate lo sbattere di una bandiera
rossa o blu al vento del mare, o la breve frangia
esterna verticale dell’ombrellone là a Torrepedrera
infine così come questo cielo (non un cielo solo
pensato, che non è qui, benché pensato da questo
dolore che non sente) e tutta l’aria viva e indifferente che contiene
e chi è con me e respira la sua solitudine che non sa
riflessa nel battere vero e impossibile di un’ala di cenere:
perenne adolescenza invisibile e avvenire interciso,
errore e bellezza che rimandano a sé, quelle piume
e penne in volo sul taglio dell’inaccettabile.
II
Sola, un’ala era
come un cielo
senza fondo se non
l’incomprensibile presente origine
il nero di questo facile
costellato niente
con questo
niente
ho detto della sua morte
in alto il cigno immortale
aperta vela
mercoledì 1 giugno 2011
mercoledì 23 marzo 2011
L’occhio-faina dove s’aggira prende
di sguincio: case entro case
cose dentro le cose
vai al lavoro
e questa è la curva che porta via
questa è la strada del bagnato e della bruma del giorno che si leva
questa la periferia dove ogni metro è centro
di giardini e di angolati dolori e pensieri
quando sotto il quarto ponte da molto lontano dai profondi
monti
va la potenza del perduto
irruenza dell’anima perduta
sotto il ponte guardi
l’anima passare
perduta blu
degli dei
antichi
e vederla qui sotto come se ti investisse
ma è solo acqua cupa che scorre e fa onde - attento
allo spigolo dell’arcata alle minime creste al quarto
ponte dell’invisibile
di sguincio: case entro case
cose dentro le cose
vai al lavoro
e questa è la curva che porta via
questa è la strada del bagnato e della bruma del giorno che si leva
questa la periferia dove ogni metro è centro
di giardini e di angolati dolori e pensieri
quando sotto il quarto ponte da molto lontano dai profondi
monti
va la potenza del perduto
irruenza dell’anima perduta
sotto il ponte guardi
l’anima passare
perduta blu
degli dei
antichi
e vederla qui sotto come se ti investisse
ma è solo acqua cupa che scorre e fa onde - attento
allo spigolo dell’arcata alle minime creste al quarto
ponte dell’invisibile
domenica 2 gennaio 2011
giovedì 9 dicembre 2010
Correndo
un breve vortice di foglie
chiare dalla grande betulla
sulla strada, tu me lo fai notare
mentre corriamo, il cane ci corre avanti
e dici quando (fra anni, anni) non potrà più
e io penso invece cos’è quell’aria
già quasi dietro di noi di decenni o di secoli
in realtà lo stesso pensiero
due signore parlano all’ombra dell’albero
figure a lato dello sprazzo
di una cosa che era
poi passiamo tra le foglie cadute, avanti
chiare dalla grande betulla
sulla strada, tu me lo fai notare
mentre corriamo, il cane ci corre avanti
e dici quando (fra anni, anni) non potrà più
e io penso invece cos’è quell’aria
già quasi dietro di noi di decenni o di secoli
in realtà lo stesso pensiero
due signore parlano all’ombra dell’albero
figure a lato dello sprazzo
di una cosa che era
poi passiamo tra le foglie cadute, avanti
martedì 7 dicembre 2010
Una qualsiasi definizione di poesia
Andare a fondo nelle cose significa sempre farle divenire un'altra cosa, una cosa che prima per noi non c'era e ora e' nella nostra vita. Cosi' fa la poesia: affonda, va al fondo di una cosa, la fa diventare altra, ne fa la sua stessa vita, ne fa una poesia, se stessa. Perché la natura delle cose e' il loro divenire altro, sempre, secondo una verità delle loro radici che le rende sempre se stesse.
martedì 9 novembre 2010
Via Marsala
tornare per la via buia
accesa da foglie di brace
spenta lungamente salendo
diritta silenziosa
se non il fruscio delle vite
sedute nelle case
camminanti esili forme
di luce artificiale
camminare come tra le mani
la testa tenuta per sognare
andare verso il buio
la fine del calore
accesa da foglie di brace
spenta lungamente salendo
diritta silenziosa
se non il fruscio delle vite
sedute nelle case
camminanti esili forme
di luce artificiale
camminare come tra le mani
la testa tenuta per sognare
andare verso il buio
la fine del calore
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